11 dicembre: I figli sono un dono

Ieri è caduta la prima neve, e di solito quando succede esprimo un desiderio, quest’anno invece non sono riuscita a farlo. Troverei lo stesso imbarazzo se dovessi scrivere una lettera a Babbo Natale perchè davvero in questo periodo non riesco a desiderare altro se non quello che porto già in grembo. Non c’è regalo che si possa desiderare di più! Non c’è dono più prezioso!

Dall’udienza generale del 11/02/2015

I figli non sono un problema di biologia riproduttiva, ma un dono“La gioia dei figli – ha proseguito – fa palpitare i cuori dei genitori e riapre il futuro. I figli sono la gioia della famiglia e della società. Non sono un problema di biologia riproduttiva, né uno dei tanti modi di realizzarsi. E tanto meno sono un possesso dei genitori … No, no. I figli sono un dono, sono un regalo: capito?I figli sono un dono. Ciascuno è unico e irripetibile; e al tempo stesso inconfondibilmente legato alle sue radici.

I figli sono amati prima di venire al mondo“Un figlio lo si ama perché è figlio: non perché  sia bello, e perché sia così o cosà; no, perché è figlio! Non perché la pensa come me, o incarna i miei desideri. Un figlio è un figlio: una vita generata da noi ma destinata a lui, al suo bene, al bene della famiglia, della società, dell’umanità intera. Di qui viene anche la profondità dell’esperienza umana dell’essere figlio e figlia, che ci permette di scoprire la dimensione più gratuita dell’amore, che non finisce mai di stupirci. E’ la bellezza di essere amati prima: i figli sono amati prima che arrivino. Quante volte trovo le mamme qui che mi fanno vedere la pancia e mi chiedono la benedizione … perché sono amati questi bimbi prima di venire al mondo. E questa è gratuità, questo è amore; sono amati prima, come l’amore di Dio che ci ama sempre prima. Sono amati prima di aver fatto qualsiasi cosa per meritarlo, prima di saper parlare o pensare, addirittura prima di venire al mondo! Essere figli è la condizione fondamentale per conoscere l’amore di Dio, che è la fonte ultima di questo autentico miracolo. Nell’anima di ogni figlio, per quanto vulnerabile, Dio pone il sigillo di questo amore, che è alla base della sua dignità personale, una dignità che niente e nessuno potrà distruggere”

Fonte

 

 

 

10 dicembre: A Christmas Carol

In questa seconda domenica di avvento volevo soffermarmi su un estratto della liturgia della parola di oggi:

Dalla seconda lettera di san Pietro apostolo
Una cosa non dovete perdere di vista, carissimi: davanti al Signore un solo giorno è come mille anni e mille anni come un solo giorno. Il Signore non ritarda nel compiere la sua promessa, anche se alcuni parlano di lentezza. Egli invece è magnanimo con voi, perché non vuole che alcuno si perda, ma che tutti abbiano modo di pentirsi. 

Non siamo solo noi ad aspettare quindi, c’è Qualcuno che attende noi, che non vuole che ci perdiamo, e aspetta lì per anni e anni.

Questo deve insegnarci che non è mai troppo tardi per cambiare la nostra vita, per cambiare il modo di vedere e vivere le cose, per raddrizzare il nostro sentiero, per ricominciare.

Il Natale può essere un’occasione di rinascita, sta a noi coglierla!

Questa riflessione mi hanno portato a pensare a Scrooge, vi lascio così con una sua frase…

“Godetevi la vita gente, perché sarete morti per un bel pezzo!” (Ebenezer Scrooge)

9 dicembre: i regali nello sgabuzzino

Il postino suonò due volte. Mancavano cinque giorni a Natale. Aveva fra le braccia un grosso pacco avvolto in carta preziosamente disegnata e legato con nastri dorati. “Avanti”, disse una voce dall’interno. Il postino entrò. Era una casa malandata: si trovò in una stanza piena d’ombre e di polvere. Seduto in una poltrona c’era un vecchio. “Guardi che stupendo pacco di Natale!” disse allegramente il postino. “Grazie. Lo metta pure per terra”, disse il vecchio con la voce più triste che mai. “Non c’è amore dentro” Il postino rimase imbambolato con il grosso pacco in mano. Sentiva benissimo che il pacco era pieno di cose buone e quel vecchio non aveva certo l’aria di spassarsela male. Allora, perché era così triste? “Ma, signore, non dovrebbe fare un po’ di festa a questo magnifico regalo?”. “Non posso… Non posso proprio”, disse il vecchio con le lacrime agli occhi. E raccontò al postino la storia della figlia che si era sposata nella città vicina ed era diventata ricca. Tutti gli anni gli mandava un pacco, per Natale, con un bigliettino: “Da tua figlia Luisa e marito”. Mai un augurio personale, una visita, un invito: “Vieni a passare il Natale con noi”. “Venga a vedere”, aggiunse il vecchio e si alzò stancamente. Il postino lo seguì fino ad uno sgabuzzino. il vecchio aprì la porta. “Ma … ” fece il postino. Lo sgabuzzino traboccava di regali natalizi. Erano tutti quelli dei Natali precedenti. Intatti, con la loro preziosa carta e i nastri luccicanti. “Ma non li ha neanche aperti!” esclamò il postino allibito. “No”, disse mestamente il vecchio. “Non c’è amore dentro”.

Per vivere diversamente

Natale è diventata la festa del regalo. Non è una brutta cosa, dopotutto! Natale è la festa del grande dono fatto da Dio all’umanità: lui stesso viene a vivere tra noi per insegnarci la strada della Vita Eterna. Scambiarsi regali è un po’ partecipare alla grande generosità di Dio. Il regalo però, dice il racconto, può trasformarsi in una usanza senza amore dentro, cioè in una triste ipocrisia.

Discutete: Perché la gente si scambia regali a Natale?

Quali sono le motivazioni ‘reali’ che spingono la maggior parte della gente a fare regali vistosi?

Che cosa significa un regalo “con amore dentro”?

Preparate dei regali speciali, che abbiano un vero significato, per i vostri amici, per il vostro parroco, per il sindaco della vostra città.

Organizzate una visita all’Ospedale o al Ricovero delle persone anziane della vostra zona.

Fate loro il dono più bello: un po’ del vostro tempo.

Preghiamo

O Signore,

che ti sei fatto dono per l’uomo;

che non hai lasciato solo il ricordo di te

come tanti che sono passati.

Ci insegni

che i nostri gesti d’amore

sono vuoti se non portano agli altri

un poco di noi stessi.

Fa’ che i miei doni

non abbiano il sapore della circostanza,

dell’obbligo, della buona creanza

ma siano un modo

d’andare incontro ai fratelli

nella gioia di un cuore aperto.

Fonte:  Novena di Natale per ragazzi
Nove racconti per nove giorni.

(per gentile concessione di don Bruno Ferrero e dell’editrice ELLEDICI – http://www.elledici.org)

8 dicembre: Maria, donna dell’attesa

Maria, donna dell’attesa

La vera tristezza non è quando, a sera, non sei atteso da nessuno al tuo rientro in casa, ma quando tu non attendi più nulla dalla vita.

E la solitudine più nera la soffri non quando trovi il focolare spento, ma quando non lo vuoi accendere più: neppure per un eventuale ospite di passaggio.

Quando pensi, insomma, che per te la musica è finita. E ormai i giochi siano fatti. E nessun’anima viva verrà a bussare alla tua porta. E non ci saranno più né soprassalti di gioia per una buona notizia, né trasalimenti di stupore per una improvvisata. E neppure fremiti di dolore per una tragedia umana: tanto non ti resta più nessuno per il quale tu debba temere.

La vita allora scorre piatta verso un epilogo che non arriva mai, come un nastro magnetico che ha finito troppo presto una canzone, e si srotola interminabile, senza dire più nulla, verso il suo ultimo stacco.

Attendere: ovvero sperimentare il gusto di vivere. Hanno detto addirittura che la santità di una persona si commisura dallo spessore delle sue attese. Forse è vero.

Se è così, bisogna concludere che Maria è la più santa delle creature proprio perché tutta la sua vita appare cadenzata dai ritmi gaudiosi di chi aspetta qualcuno.

Già il contrassegno iniziale con cui il pennello di Luca la identifica è carico di attese: «Promessa sposa di un uomo della casa di Davide».

Fidanzata, cioè.

A nessuno sfugge a quale messe di speranze e di batticuori faccia allusione quella parola che ogni donna sperimenta come preludio di misteriose tenerezze. Prima ancora che nel Vangelo venga pronunciato il suo nome, di Maria si dice che era fidanzata. Vergine in attesa. In attesa di Giuseppe. In ascolto del frusciare dei suoi sandali, sul far della sera, quando, profumato di legni e di vernici, egli sarebbe venuto a parlarle dei suoi sogni.

Ma anche nell’ultimo fotogramma con cui Maria si congeda dalle Scritture essa viene colta dall’ obiettivo nell’ atteggiamento dell’attesa.

Lì, nel cenacolo, al piano superiore, in compagnia dei discepoli, in attesa dello Spirito. In ascolto del frusciare della sua ala, sul fare del giorno, quando, profumato di unzioni e di santità, egli sarebbe disceso sulla Chiesa per additarle la sua missione di salvezza.

Vergine in attesa, all’inizio.

Madre in attesa, alla fine.

E nell’arcata sorretta da queste due trepidazioni, una così umana e l’altra così divina, cento altre attese struggenti.

L’attesa di lui, per nove lunghissimi mesi. L’attesa di adempimenti legali festeggiati con frustoli di povertà e gaudi di parentele. L’attesa del giorno, l’unico che lei avrebbe voluto di volta in volta rimandare, in cui suo figlio sarebbe uscito di casa senza farvi ritorno mai più. L’attesa dell’ora: l’unica per la quale non avrebbe saputo frenare l’impazienza e di cui, prima del tempo, avrebbe fatto traboccare il carico di grazia sulla mensa degli uomini. L’attesa dell’ultimo rantolo dell’unigenito inchiodato sul legno. L’attesa del terzo giorno, vissuta in veglia solitaria, davanti alla roccia.

Attendere: infinito del verbo amare. Anzi, nel vocabolario di Maria, amare all’infinito.

Santa Maria, Vergine dell’attesa, donaci del tuo olio perché le nostre lampade si spengono. Vedi: le riserve si sono consumate. Non ci mandare ad altri venditori. Riaccendi nelle nostre anime gli antichi fervori che ci bruciavano dentro quando bastava un nonnulla per farci trasalire di gioia: l’arrivo di un amico lontano, il rosso di sera dopo un temporale, il crepitare del ceppo che d’inverno sorvegliava i rientri in casa, le campane a stormo nei giorni di festa, il sopraggiungere delle rondini in primavera, l’acre odore che si sprigionava dalla stretta dei frantoi, le cantilene autunnali che giungevano dai palmenti, l’incurvarsi tenero e misterioso del grembo materno, il profumo di spigo che irrompeva quando si preparava una culla.

Se oggi non sappiamo attendere più, è perché siamo a corto di speranza. Se ne sono disseccate le sorgenti. Soffriamo una profonda crisi di desiderio. E, ormai paghi dei mille surrogati che ci assediano, rischiamo di non aspettarci più nulla neppure da quelle promesse ultraterrene che sono state firmate col sangue dal Dio dell’alleanza.

Santa Maria, Vergine dell’attesa, donaci un’anima vigiliare. Giunti alle soglie del terzo millennio, ci sentiamo purtroppo più figli del crepuscolo che profeti dell’avvento. Sentinella del mattino, ridestaci nel cuore la passione di giovani annunci da portare al mondo, che si sente già vecchio. Portaci, finalmente, arpa e cetra, perché con te mattiniera possiamo svegliare l’aurora.

Di fronte ai cambi che scuotono la storia, donaci di sentire sulla pelle i brividi dei cominciamenti. Facci capire che non basta accogliere: bisogna attendere. Accogliere talvolta è segno di rassegnazione. Attendere è sempre segno di speranza. Rendici, perciò, ministri dell’ attesa. E il Signore che viene, Vergine dell’ avvento, ci sorprenda, anche per la tua materna complicità, con la lampada in mano.

http://www.atma-o-jibon.org/italiano6/tonino_bello_maria4.htm

7 dicembre: È sempre Natale

Quando crediamo e difendiamo la vita,

 quando ti ringraziamo per quanto già abbiamo,

 quando sappiamo metterci in ascolto della Tua parola,

 quando siamo di aiuto a chi ne ha bisogno,

 quando dividiamo le nostre gioie con gli altri,

 quando la speranza guida le nostre giornate e azioni,

 quando sappiamo essere docili alla Tua volontà,

 quando Ti riconosciamo come Padre e Ti preghiamo e adoriamo in silenzio,

Tu, o Signore, nasci dentro di noi, 

e per noi ogni giorno è NATALE!

4 dicembre: Lettera a Giuseppe

Dimmi, Giuseppe, quand’è che hai conosciuto Maria?
Forse, un mattino di primavera, mentre tornava dalla fontana del villaggio, con l’anfora sul capo e con la mano sul fianco snello come lo stelo di un fiordaliso?
O forse, un giorno di sabato, mentre con le fanciulle di Nazareth conversava in disparte sotto l’arco della Sinagoga?
O forse, un meriggio d’estate, in un campo di grano, mentre, abbassando gli occhi splendidi per non rivelare il pudore della povertà, si adattava all’umiliante mestiere di spigolatrice?
Quando ti ha ricambiato il sorriso e ti ha sfiorato il capo con la prima carezza, che forse era la sua prima benedizione e tu non lo sapevi… e poi, tu, nella notte, hai intriso il cuscino con lacrime di felicità?
Ti scriveva lettere d’amore?
Forse sì!
E il sorriso, con cui accompagni il cenno degli occhi verso l’armadio delle tinte e delle vernici, mi fa capire che in uno di quei barattoli vuoti, che ormai non si aprono più, ne conservi ancora qualcuna!

Poi, una notte, hai preso il coraggio a due mani, sei andato sotto la sua finestra, profumata di basilico e di menta, e le hai cantato, sommessamente, le strofe del Cantico dei Cantici:
“Alzati, amica mia, mia bella e vieni!
Perché, ecco, l’inverno è passato, è cessata la pioggia e se n’è andata.
I fiori sono apparsi nei campi, il tempo del canto è tornato e la voce della tortora ancora si fa sentire nella nostra campagna.
Il fico ha messo fuori i primi frutti e le viti fiorite spandono fragranza.
Alzati, amica mia, mia bella e vieni!
O mia colomba, che stai nelle fenditure della roccia, nei nascondigli dei dirupi, mostrami il tuo viso, fammi sentire la tua voce, perché la tua voce è soave e il tuo viso è leggiadro”.

E la tua amica, la tua bella, la tua colomba si è alzata davvero.
È venuta sulla strada, facendoti trasalire.
Ti ha preso la mano nella sua e, mentre il cuore ti scoppiava nel petto, ti ha confidato lì, sotto le stelle, un grande segreto.
Solo tu, il sognatore, potevi capirla.
Ti ha parlato di:
Jahvé, di un Angelo del Signore, di un Mistero nascosto nei secoli e ora nascosto nel suo grembo, di un progetto più grande dell’universo e più alto del firmamento, che vi sovrastava.
Poi, ti ha chiesto di uscire dalla sua vita, di dirle addio, e di dimenticarla per sempre.

Fu, allora, che la stringesti per la prima volta al cuore e le dicesti tremando:
“Per te, rinuncio volentieri ai miei piani.
Voglio condividere i tuoi, Maria, purché mi faccia stare con te”.
Lei ti rispose di sì, e tu le sfiorasti il grembo con una carezza: era la tua prima benedizione sulla Chiesa nascente. […]
E io penso che hai avuto più coraggio tu a condividere il progetto di Maria, di quanto ne abbia avuto lei a condividere il progetto del Signore.
Lei ha puntato tutto sull’onnipotenza del Creatore.
Tu hai scommesso tutto sulla fragilità di una creatura.
Lei ha avuto più fede, ma tu hai avuto più speranza.
La carità ha fatto il resto, in te e in lei.

Tonino Bello, La carezza di Dio. Lettera a Giuseppe

3 dicembre: Serendipity


Passiamo tutta la vita a cercare la felicità, la cerchiamo spesso negli altri o aspettando che si realizzino eventi particolari che crediamo ci diano quella tanto ricercata sensazione di benessere profondo.

La vita però di tutta questa nostra ricerca e delle nostre fisse se ne frega…per fortuna direi!!

Negli ultimi anni mi sono sempre più convinta di una cosa: tutto accade nel momento giusto, sempre! Basta saper attendere quel momento. Proprio per questo non ha senso la frenesia, il rincorrere disperatamente le cose, che poi se vogliamo il più delle volte rincorriamo quelle sbagliate.

Ho sempre sognato intensamente, e negli anni mi sono affannata, ho sofferto rincorrendo strade impossibili senza mai raggiungere qualcosa che si avvicinasse lontanamente a quei sogni. Sono arrivata al punto di sentirmi a pezzi, tutto sembrava perso, poi ho lasciato fare alla vita e mi sono accorta di colpo di aver trovato qualcosa di più bello di quello che sognavo. Attendere non è facile, affidarsi alla vita ancora meno eppure è ciò che dovremmo fare sempre.

In questo periodo magico di attesa, sarebbe bello provare a rallentare, ad affidarsi e fidarsi della vita perchè davvero se riusciamo a farlo probabilmente troveremo più di quanto cerchiamo.

Serendipity: “E’ una parola che ha un bel suono per ciò che significa: un fortunato imprevisto”.  Vi lascio con questo film che adoro.

 

Buona domenica d’avvento!

2 dicembre: Maria donna gestante

«Vicino a Elisabetta aveva portato a compimento il noviziato di una gestazione di cui cominciava lentamente a dipanare il segreto. Ora bisognava scendere in pianura e affrontare i problemi terra terra a cui va incontro ogni donna in attesa. Con qualche complicazione in più. Come dirglielo a Giuseppe? E alle compagne con cui aveva condiviso fino a poco tempo prima i suoi sogni di ragazza innamorata, come avrebbe spiegato il mistero che le era scoppiato nel grembo? (…) Non fece in tempo a rientrare a casa, che Giuseppe, senza chiederle neppure che rendesse più esaurienti le spiegazioni fornitegli dall’angelo, se la portò subito con sé. Una notte, lei gli disse: “Senti, Giuseppe, si muove”. (…)
Maria non fu estranea alle tribolazioni a cui è assoggettata ogni comune gestante. Anzi, era come si concentrassero in lei le speranze, sì, ma anche le paure di tutte le donne in attesa. Che ne sarà di questo frutto, non ancora maturo, che mi porto nel seno? Gli vorrà bene la gente? Sarà contento di esistere? E quanto peserà su di lui il versetto della Genesi: “partorirai i figli nel dolore”? (…)
Santa Maria, donna gestante, aiutaci ad accogliere come dono ogni creatura che si affaccia a questo mondo. Non c’è ragione che giustifichi il rifiuto. Non c’è violenza che legittimi violenza. Non c’è programma che non possa saltare di fronte al miracolo di una vita che germoglia. (…) Santa Maria, donna gestante, grazie perché, se Gesù l’hai portato nel grembo nove mesi, noi, ci stai portando tutta la vita
».* 

* Fonte: Antonio Bello, Maria donna dei nostri giorni, Paoline, Milano 1993.